Romagna e agricoltura
Ricordo che l'agricoltura in Romagna, fino alla seconda guerra mondiale, ha occupato oltre il 50 per cento della popolazione attiva, ed ha spinto la sua produzione granaria fino ai terreni marginali collocati anche ad un migliaio di metri di altitudine, con una resa minima la quale si ripercuoteva direttamente sulle già precarie condizioni degli addetti.
Riconquistate le libertà democratiche (ciò che consentì, oltretutto, di muoversi liberamente nell'intero territorio nazionale), e con lo sviluppo del turismo sulla costa e dell'industria nei principali centri (Ravenna in parti colare), si determinò un movimento di popolazione definibile "biblico" verso la pianura ed il mare, il quale ridimensionò fortemente l'occupazione agricola e favorì, nel settore, investimenti e riconversioni specializzate, tali da portarlo a situazioni primarie sia alla dimensione nazionale che europea.
Il resto è opera della fine, per legge, del rapporto mezzadrile. Il quale, era certamente stato positivo, rispetto alle restanti forme di conduzione, nei secoli precedenti, ma si presentava assai impermeabile ai necessari processi di specializzazione ed ai relativi investimenti.
Sul nostro comparto agricolo, sull'agroalimentare, sul fortissimo indotto relativo, stanno, da qualche tempo, cadendo "tegole" assai pesanti. L'Europa allargata, la liberalizzazione dei mercati, la velocità dei trasporti, alcuni grossi incidenti di percorso, come la recente minacciata influenza aviaria, ecc. stanno assestando colpi di maglio i quali richiedono prontezza di riflessi, ulteriori processi di trasformazione e di specializzazione, adeguata tutela, comunque, dei produttori ,come avviene in ogni realtà evoluta a favore del "servizio pubblico agricoltura".
E con adeguate possibilità di accesso soprattutto a Bruxelles, essendo l'Unione Europea una istituzione le cui più antiche radici e competenze restano quelle "agricole".
Durante la scorsa estate si consumò, ai danni dei nostri produttori, una grossa crisi nel settore "ortofrutta". Senza che i consumatori registrassero benefici di sorta, le quotazioni interne ed esterne scesero al punto di coprire, sì e no, gli oneri relativi alla raccolta dei prodotti. Ed il pericolo che l'esperienza si ripeta, e si allarghi, non è per nulla fugato.
Recentemente si è, poi, giunti ad un drastico ridimensionamento del numero degli zuccherifici, con ovvi riflessi sulle aree agricole circostanti, coltivate a bietola. In Emilia—Romagna era scritto (da chi?) che dovessero sopravvivere soltanto tre zuccherifici, ed il conto è stato subito regolato lasciando tutti e tre gli stessi all'Emilia, e facendo "tabula rasa" in Romagna, senza eccessive preoccupazioni per le conseguenze relative.
Ora è la volta del settore "avicolo", il quale è presentemente ridotto al 40 per cento della produzione e del consumo, a causa della preoccupazione patologicamente diffusa, nel territorio nazionale, fra i consumatori, in ordine alla "influenza aviaria".
L'Eurostat (l'Istituto di statistica europeo) ha di recente misurato la temperatura al settore agricolo continentale, coi seguenti risultati: mentre i redditi agricoli nell'Europa dei 25 sono diminuiti del 6,3 per cento, in Italia la diminuzione è del 9,6. Una differenza notevole la quale, ne siamo certi, se rapportata al territorio romagnolo, lieviterebbe ulteriormente. Se si considera che fino alla vigilia della presente crisi il comparto agricolo rappresentata l'8 per cento del prodotto interno lordo del territorio forlivese—cesenate. E, verosimilmente, romagnolo. Se si aggiunge che le "aziende avicole" romagnole sono 650 con 12.800 addetti, e che il terreno coltivato a bietole, nel solo forlivese—cesenate ammonta a 10 mila ettari. Sulla cui utilizzazione e capacità di reddito gli interrogativi non sono pochi.
In queste proiezioni va, poi, considerato l'indotto, il quale, spessissimo, viene tenuto fuori da ogni valutazione. E privato, ingiustamente, anche degli ammortizzatori sociali. Basti pensare all'autotrasporto, alle celle frigorifere, ecc.
Giustamente, e non è che con le regole europee la cosa fosse scontata, il Governo nazionale è riuscito a stanziare diverse centinaia di milioni di euro per l'emergenza aviaria. Siamo, però, all'inizio di un percorso che potrebbe essere, oltreché selettivo, lungo ed accidentato. Per cui è difficile prefigurare ora, non soltanto per il comparto aviario, ma anche per l'ortofrutticolo, il bieticolo—saccarifero e l'agroalimentare come il tutto potrà giocare ai danni della nostra entità romagnola. La quale — sia chiaro — costituisce nei settori considerati, dimensionalmente, un distretto a rilevanza nazionale.
Siamo al cuore politico—istituzionale del problema. Chi raccoglie e difende la nostra realtà sia alla dimensione nazionale che europea? Chi, nei vari concerti, porterà con sincerità e passione la nostra voce ed i nostri numeri, e non farà divenire tutto questo "merce di scambio" ad altri fini?
La Regione Emilia—Romagna? Essa, nel settore bieticolo—saccarifero, del resto coerentemente con gli atteggiamenti sempre tenuti nei nostri confronti, ha già indicato come la pensa e chi difende e valorizza. E' un tre a zero ingiusto e che brucia, ed è inutile che Bologna chiami in causa altre responsabilità. Ai livelli ai quali si è presa la decisione il ruolo della Regione era, sul piano, della giustizia distributiva e rappresentativa, il decisivo.
Il discorso non è accademico, ma estremamente serio e volge al drammatico per i nostri sacrosanti interessi. E la nostra domanda rivolta ad un tempo ai cittadini, alle forze politiche, economiche, sindacati, culturali, ecc. è la solita: tutto quanto sta accadendo anche nel fondamentale "settore agricolo" non sottolinea, per caso, la estrema urgenza che i romagnoli, la loro economia, il loro lavoro, dispongano, finalmente, di una loro Regione, che li rappresenti e li tuteli in ogni dove, che non trasformi i loro gravi problemi in opportunità, addirittura, per chi dispone già di maggiore benessere e migliori servizi?
Stefano Servadei - Fondatore del M.A.R.
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