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Imola è Romagna, la Romagna è Regione!

On. Dott. STEFANO SERVADEI
Forlì, 8 gennaio 2007

Mi è capitato di recente di leggere un bell’articolo del prof.Antonio Paolucci, romagnolo di Rimini, come usa definirsi, curatore della mostra su Marco Palmezzano, pittore rinascimentale locale, tenutasi nei mesi scorsi nel complesso monumentale di S.Domenico di Forlì. Articolo incentrato sui legami di tale mostra con lo specifico territorio romagnolo.
Bello, perché spazia nella storia e nella cultura che viaggia sulla Via Emilia, in una Regione che se attualmente si chiama Emilia—Romagna, più che rappresentare una sorta di binomio “suona quasi come una contrapposizione”, riferita a realtà diverse anche nell’alimentazione. Che l’appartenenza della Romagna all’Impero romano d’oriente trasmise, addirittura, ai Balcani ed al Caucaso.
Il prof.Paolucci passa poi in rassegna le principali dotazioni artistiche di Rimini, Cesena, Forlì e Faenza, testimonianza sia di una storia antica che di collegamenti con realtà e scuole artistiche che fecero, e fanno, testo.
Stranamente non cita, però, Imola dando la sensazione che, per lui, il confine nord della Romagna non sia il Sillaro, ma Faenza. Si tratta di una particolarità sulla quale ritengo opportuno soffermarmi. E per la indiscussa romagnolità dell’imolese, e per le “eccellenze” storico—artistiche presenti sul territorio relativo.
Chiamo a testimone padre Dante ed il 27° canto dell’Inferno (quello di Guido da Montefeltro), e faccio riferimento alla particolarità che Imola anche militarmente si mosse sempre nel contesto romagnolo. Che avesse di fronte i Longobardi o i vari tentativi di egemonia bolognese.
Proprio per la stima che ho dell’articolista non avanzo neppure la ipotesi che la omissione di Imola sia dovuta all’appartenenza alla provincia bolognese, avvenuta dopo l’Unità d’Italia in una realtà che vedeva i vari governi monarchici del Paese impegnati ad emarginare la Romagna anche con la permanenza, o il passaggio, di suoi territori sotto giurisdizioni esterne. Era il prezzo politico—storico che si faceva pagare ai nostri padri per avere combattuto con generosità le battaglie risorgimentali sotto le insegne repubblicane. E per avere conservato tale fede.
E non era il solo. Per lunghi periodi i Prefetti di Forlì e Ravenna, più che sperimentati amministratori, furono dei generali dell’esercito con prevalenti mansioni di ordine pubblico. E l’intero territorio romagnolo non ebbe Università ed industrie di una certa dimensione per evitare “assembramenti” di giovani e di lavoratori. In ogni caso Imola non cessava, e non cessa, di essere Romagna, ed i trattamenti dell’epoca non furono per lei dissimili, nonostante il relativo passaggio, non certamente attraverso referendum popolari, dalla Provincia di Ravenna a quella, appunto, di Bologna.
Sulla non chiamata in causa di Imola e della relativa romagnolità da parte del prof.Paolucci, mi sorge, tuttavia, il dubbio, che ciò sia avvenuto, in clima di rivendicazione dell’autonomia romagnola, per non urtare la suscettibilità di chi egemonizza l’attuale Regione Emilia—Romagna. Che, sia detto a sua vergogna, rifiuta da vent’anni di delimitare il territorio romagnolo e, quindi, anche emiliano, come ha fatto dal 1970 ogni altra Regione composita italiana, col ridicolo ed inesistente pretesto della mancanza di confini certi romagnoli. Specie a nord, attorno al territorio imolese.
Come è apprezzabile dalle cose sinora dette, per la Romagna le persecuzioni non sono finite col passaggio dalla Monarchia alla Repubblica. In presenza di una Costituzione che esalta i valori dell’autogestione e del decentramento, che indica la strada dell’autonomia (art.132) attraverso il referendum popolare. Che pure ci viene negato.
Per noi il “regime monarchico”, anche se con denominazioni diverse, e fieramente diverse, continua. E ciò, più che scoraggiarci, ci mortifica profondamente.
Che i nostri avversari siano contrari alla promozione della Romagna ad un ruolo protagonistico in Italia ed in Europa è di difficile comprensione. Nel gioco democratico e delle scelte è, tuttavia, accettabile. Che, però, neghino all’oltre milione di romagnoli di essere loro, in quanto popolo sovrano, a scegliere secondo lo stesso disposto costituzionale, è inverosimile. Ed inverosimile è che gli artefici di questo stato di cose si definiscano “riformisti”.