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Meno tasse per tutti col Federalismo si puņ

Parlare di Federalismo significa, per molti, ragionare su una "più efficiente" ripartizione delle competenze tra governo centrale ed enti locali. In verità, l'autentico Federalismo presuppone un cambiamento di portata sconvolgente rispetto all'attuale situazione. Una federazione è un patto tra comunità indipendenti, che si accordano per adottare una politica comune relativamente ad alcune materie (continuamente rinegoziate), e mantengono gelosamente la propria autonomia su tutto il resto. La fiscalità, in particolare, dovrebbe essere una questione di stretta competenza dei membri della federazione - fatta salva una quota tesa a finanziare le attività della federazione stessa.
La presenza, su uno stesso territorio, di giurisdizioni differenti, innesca un processo virtuoso, che finisce per beneficiare tutti i soggetti economici: contribuenti, consumatori, imprese, lavoratori. Ogni "cantone", naturalmente, ha interesse ad attrarre capitali e investimenti, cioè ricchezza, e questo favorisce scelte liberali, soprattutto nel campo della politica economica. Le ridotte dimensioni delle regioni, infatti, comportano una più ampia possibilità di "votare coi piedi", cioè spostarsi da un'area soggetta a un governo più duro a uno più benevolo. Di conseguenza, il sistema incentiva i regimi fiscali miti e le legislazioni più elastiche e coerenti coi meccanismi di mercato. La concorrenza tra istituzioni (ché di questo si tratta) possiede efficaci anticorpi contro le degenerazioni dello statalismo.
Per giunta, la tensione verso il frazionamento istituzionale si inserisce nel mezzo di una corrente storica. Come osserva Antonio Martino in un capitolo del suo "Semplicemente liberale" (ripreso in un Occasional Paper dall'Istituto Bruno Leoni), «lo Stato nazione europeo è in via di disgregazione. Da un lato, infatti, un po' in tutti i Paesi del mondo, è in atto una massiccia privatizzazione: lo Stato restituisce alle libere scelte dei privati funzioni che, arbitrariamente, si era attribuito» in precedenza. Secondariamente, «in tutti i Paesi del mondo, anche se in misura diversa, viene a gran voce chiesta allo Stato centrale la devoluzione di compiti e di funzioni a livelli di governo "più bassi", cioè più vicini ai cittadini.
Si chiami autonomia, decentramento, devoluzione, indipendenza o in altro modo, il fenomeno è lo stesso: funzioni oggi svolte dallo Stato centrale gli vengono sottratte per essere devolute a livelli di governo locale, più agevolmente controllabili dai cittadini».
L'evidenza storica, poi, mostra come i Paesi più piccoli siano anche quelli meglio in grado di rispondere alle reali esigenze dei cittadini. Il che significa, in soldoni, quelli che forniscono servizi ridotti all'osso, ma in cambio non esercitano una pressione fiscale predatoria, né s'intromettono in maniera ingombrante nella vita privata e lavorativa degl'individui. Per contro, uno Stato grande - di per sé più svincolato dalla volontà del popolo - dispone di ingenti risorse, con cui può perseguire la repressione del dissenso all'interno delle proprie frontiere, e la conquista di nuovi territori (la guerra) all'esterno. Gli Stati più bellicosi sono anche i più estesi, o quantomeno l'estensione della superficie del Paese è una delle ragioni più frequenti dei conflitti.
Ma v'è anche un altro motivo per cui preferire - e favorire - l'insorgere di Paesi piccoli in luogo di grosse nazioni: come sottolinea il premio Nobel per l'economia Gary Becker, gli Stati grandi, essendo meno omogenei, tendono a essere più deboli di fronte alle scorrerie dei "gruppi d''interesse" alla ricerca di rendite politiche ai danni della collettività. Ciò è reso possibile anche dal fatto che il bilancio di una piccola comunità è, di norma, più trasparente di quello di un grande Paese.
Avendo in mente questo problema, l'economista americano Dwight Lee ha suggerito che la potestà impositiva venga affidata in via esclusiva agli enti locali (gli Stati federati), e che questi "girino" allo Stato centrale una percentuale fissa e comune del gettito fiscale. Si tratterebbe di un rovesciamento radicale delle logiche oggi vigenti in Italia: è noto, infatti, che - salvo alcune quote marginali - i cittadini versano le proprie tasse a Roma, e Roma poi decide di redistribuirne i proventi tra le regioni.
Questo fa sì che la capitale sia terreno di razzia per i "cacciatori di rendite", che hanno l'interesse d'impiegare le armi della corruzione, del clientelismo, dello scambio di favori, e chi più ne ha più ne metta per trarre vantaggio dalle risorse sottratte ai contribuenti. Il Federalismo non è un vezzo. È, tra tutte le forme di convivenza civile tra gli esseri umani, quella più rispettosa dei diritti e delle libertà individuali. Forse per questo tanti uomini politici non perdono occasione per esorcizzarne l'avvento.

Carlo Stagnaro