Renzo Martinelli: Sveglia, Occidente L'Islam ti assedia
Renzo Martinelli e il suo prossimo film, Il mercante di pietre, la doppia vita di un cristiano convertito a Maometto. Ufficialmente commerciante, in realtà insospettabile terrorista islamico
Renzo Martinelli, ovvero un fiume in piena. Il suo mestiere è rompere gli argini e invadere la calma piatta della cultura, dell'informazione. La sua missione, da regista, è rimuovere le comode certezze e insinuare piccoli fotogrammi di verità. Lo farà anche con Il mercante di pietre.
Martinelli, lei ci ripropone un'altra pellicola sulla storia, quella che l'Occidente sembra non voler accettare: il dramma di una guerra in corso con il terrorismo islamico. Perché lei sente la necessità di questo lavoro?
«La prima motivazione è svegliare l'Occidente da questa sorta di strana apatia in cui è immerso e in secondo luogo ribadire che l'amore vince le ideologie e i fondamentalismi. Non a caso nel film c'è una "doppia storia", che è la vicenda sentimentale del protagonista, un cristiano convertito all'Islam. Ufficialmente quest'uomo traffica pietre con l'Afghanistan e la Turchia, in realtà è un membro di una cellula di Al Qaeda».
Insomma, il perfetto infiltrato?
«Al di sopra di ogni sospetto. Tanto che la sua specialità è sedurre le donne e usarle come strumenti inconsapevoli di distruzione».
È una trasposizione su pellicola di una pratica terroristica già ben collaudata. Lei pensava al caso Lockerbie?
«Perfetto. Forse la gente ha dimenticato quell'aereo che cadde sulla Scozia. Nacque tutto dal corteggiamento di una ragazza, convinta dal fidanzato-terrorista a partire per l'Inghilterra con un bel regalo: un piccolo registratore imbottito d'esplosivo».
Martinelli, lei è il primo a puntare la cinepresa su questo fenomeno!
«Trovo assurdo e incomprensibile questo scollamento tra la società civile e il cinema italiano. Provi a riflettere: abbiamo avuto 18 anni di terrorismo che hanno seminato più di 500 morti: un'ecatombe, una guerra. In tutto io faccio fatica a contare quattro film. E vado avanti. Abbiamo avuto Tangentopoli, che ha rovesciato il Paese come un calzino. È stato prodotto forse un film, che penso lei non ricordi, e che pure io faccio fatica a ricordare...».
In questo Paese accadono fatti epocali, come l'assedio terroristico, e nessuno ne parla sul serio?
«Il cinema italiano continua a fare commedie, lei, lui, l'altro, gli innamorati... Possibile non ci sia un cineasta che senta l'urgenza di interrogarsi su un fenomeno così devastante come questa strategia globale di conquista che l'Islam ha messo in atto? Non sono quattro fanatici, c'è un disegno ben preciso...».
Martinelli, come ha maturato questo doloroso convincimento sull'esistenza di un piano di asservimento, di invasione silenziosa della nostra civiltà?
«Leggo, mi documento, ho studiato e letto il Corano. Trovo che l'ignoranza degli Occidentali sia abissale. La gente si sciacqua la bocca col multiculturalismo, con la società multirazziale, con il dialogo ma non ha letto un beato... tubo. Dovremmo documentarci, studiare per capire con chi abbiamo a che fare».
In un recente editoriale Avvenire, quotidiano della Cei, ha scritto che dobbiamo attrezzarci a una "azione di resistenza e di contrasto che potrebbe essere lunga e difficile per difendere la nostra civiltà e i principi di un autentico umanesimo". Vuol dire che l'Occidente deve togliersi un po' di velo dagli occhi?
«Non solo. Deve recuperare urgentemente la propria identità cristiana. Noi non possiamo non dirci cristiani, è la nostra radice culturale. Ma nel momento in cui l'Occidente abdica a questa radice, offre il fianco all'islamismo. Invece accettiamo supinamente che vengano rimossi i crocefissi nelle scuole, accettiamo che i musulmani preghino sul marciapiede di viale Jenner».
Lei è contrario?
«I rapporti vanno regolati dal principio di rispetto tra culture, e la nostra è una grande cultura».
Lei dice, quindi, reciprocità?
«Vengono a Roma a costruire una moschea? Bene, io vado a Riad a costruire una basilica. Se non lo posso fare, della moschea a Roma ne riparliamo. Se 200 islamici pregano sulla strada e nessuno li ferma per occupazione del suolo pubblico, questo è un brutto segno. Settimana scorsa ho assistito alla trasmissione "Ballarò", su Rai 3. Un imam, in collegamento in diretta, ha minacciato l'Italia. Senza il ritiro delle nostre truppe dall'Iraq, toccherà a noi, ha fatto capire».
Dallo studio come hanno replicato?
«Fossimo stati in un Paese normale, dieci secondi dopo sarebbe entrata la forza pubblica, lo avrebbe preso e rispedito da dove è venuto. Invece persino in studio nessuna replica».
Martinelli, di chi è figlio questo pacifismo che pone sullo stesso piano Bin Laden e l'America?
«È figlio dell'ignoranza. Per me è stato illuminante leggere Cento domande sull'islam, di Kalil Samir, libro che sono tentato di acquistare in 1.000 copie per regalarlo ai parlamentari. Oggi il 90% di loro pone sullo stesso piano la moschea con la chiesa. Noi cattolici siamo passati attraverso l'illuminismo e la rivoluzione francese, abbiamo sedimentato una serie di principi, separando la Chiesa dallo Stato. L'islamismo no: per il musulmano sono un'entità unica».
E il cinema deve ricordarlo?
«È inconcepibile che nessun cineasta trovi il bisogno di interrogarsi su questa trasformazione sociale in atto, aiutando il pubblico a riflettere su un fenomeno che sta diventando devastante. Io cercherò di svegliare le coscienze con "Il mercante di pietre" e, in seguito, con un film dedicato a Marco d'Aviano».
Per non dimenticare?
«Per spiegare le ragioni di questo rancore islamico».
Lo scrittore Cervantes, che era su un galeone cristiano in occasione della Battaglia di Lepanto, definì lo scontro del 1571 come "Il più grande evento che videro i secoli". È d'accordo?
«L'evento più alto è la battaglia di Vienna, l'11 settembre, data fatale, del 1683. In quel giorno l'islamismo sta conquistando l'Europa. Vienna è assediata da due mesi. Il disegno è prendere la città per aprirsi il varco e scendere a Roma, per abbeverare i cavalli in piazza S. Pietro. Se l'impresa fosse riuscita, noi avremmo avuto un'Europa diversa. A fermare questo disegno fu un umile padre cappuccino, Marco d'Aviano, che intuì in anticipo sui tempi il pericolo di questa rinascita islamica».
Quale fu lo strumento?
«Far rinascere lo spirito di Lepanto, dando vita alla Lega santa dei cristiani contro l'Islam. Vienna non cadde».
Il fondamentalismo pacifista rischia di farci arrivare ad una seconda Vienna?
«L'Occidente deve interrogarsi sulla perdita dei propri valori. Se nel 1683 la penetrazione era militare, oggi è culturale e demografica».
Il mondo occidentale deve fare dunque più figli?
«Nel mondo, per ogni nuovo nato ci sono 28 islamici. Nel giro di 100 anni saranno la maggioranza. Non a caso si stanno già strutturando».
In che senso strutturando, Martinelli?
«L'Arabia Saudita investe centinaia di miliardi in costruzione di moschee, di centri culturali. C'è un disegno alla base di questo fenomeno e arriva dritto dal Corano. Il dovere di un buon musulmano è partecipare alla jihad, alla guerra santa, alla conversione degli infedeli».
Ma lei non crede all'esistenza di un Islam moderato, democratico?
«Esistono forze aperte al dialogo ma nutro una paura: l'incompatibilità tra il Corano e una democrazia evoluta».
Ne è certo?
«Scusi, ma dove investe l'Arabia Saudita? Nei Paesi in via di sviluppo. La Somalia è tutta musulmana, idem il Sudan, aree intere dell'Africa si stanno islamizzando e sono zone povere».
Nessun buonismo, quindi?
«C'è un momento per la tolleranza e un momento per la spada. Al terrorismo non si offre resistenza passiva. La democrazia arriva dopo, dopo che sono stati fissati i paletti. L'Occidente invece continua a dare segnali di debolezza. Rispetto a 6 mesi fa, quando iniziai a scrivere la sceneggiatura, ora comincio a leggere sui giornali cose diverse. Dopo l'ultimo attentato di Madrid, ho letto che "è nato un disegno strategico globale". Una cosa mai vista prima, ed era sul Corriere».
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