Il Federalismo deve essere fiscale
Fiscale verso chi non paga e scarica sul resto del Paese gli oneri dei trasferimenti. Fiscale perché ognuno possa essere padrone a casa propria. Fiscale perché la spesa sia responsabile. Il convegno sulla devolution promosso dal nostro settimanale a Monza sabato 11 marzo al Teatrino di Corte della Villa Reale, ha presentato l'orizzonte politico ed economico del Paese, ascoltando Roberto Calderoli, Giancarlo Pagliarini e Massimo Zanello. I dati? Sconvolgenti. Si parte da una domanda: se l'economia va bene, se le prospettive sono fantastiche, perché mai dobbiamo cambiare? Vista da fuori, l'economia parla attraverso i dati di alcuni recenti commenti. Seguiamo le istruzioni per apprendere ciò che ci aspetta dai fatti raccolti da Giancarlo Pagliarini: a Davos, Nouriel Rubini dell'Università di New York e Jim O'Neil di Goldman Sachs; la classifica sulla competitività del World Economic Forum; la classifica delle libertà economiche della heritage Foundation e l'Economist del 5 novembre scorso, con "Reform ord die", dicono tutto. O riforme o si muore. O innovazione o l'Italia scivola sotto il Botswana.
Secondo i dati che lo scorso anno Bankitalia aveva diffuso si apprende che «in Italia il numero di occupati è massimo nei settori a basso contenuto tecnologico. La pressione competitiva esercitata dalle economie emergenti è per l'Italia più rilevante; è indispensabile intensificare la risposta, innalzando la qualità della produzione e il suo contenuto di creatività. Le produzioni a tecnologia medio-alta, che includono quella degli autoveicoli, impiegano in Italia il 26 per cento degli occupati dell'industria, contro il 30 per cento in Francia e il 42 per cento in Germania. È questo il comparto alla base della forte crescita delle esportazioni tedesche».
Ancora, l'Italia vista dall'interno, ci dice che siamo al 7° posto in valore assoluto per il Pil ma, attenti bene, al 30° se riferito pro-capite. C'è chi produce e chi no. Chi è pronto e chi no. Chi paga le tasse e chi no.
Andiamo oltre. Secondo il check up della competitività fatto da Confindustria, nell'aprile del 2005 sono stati segnalati un paio di problemi: commercio e conti con l'estero, produttività, costo del lavoro, costi dell'energia e del credito, carico fiscale sulle imprese e sul lavoro (cuneo fiscale), capitale umano, investimenti in ricerca e innovazione, rigidità della regolamentazione, burocrazia.
«Dopo un lungo periodo di sostanziale convergenza tra Europa e Usa nella crescita della produttività totale, dal 1995 si è progressivamente aperto un divario a svantaggio dell'Europa, divario che si è molto accentuato nel 2002-2003, ed è ancora rilevante nel 2004. I Paesi europei in cui più forte è stato tale rallentamento sono Italia, Germania, Spagna e in misura minore la Francia. Irlanda e Finlandia sono i Paesi che all'interno dell'Unione hanno invece registrato i maggiori guadagni di efficienza produttiva».
Ancora: «Tra '96 e 2004 il costo del lavoro per unità di prodotto nell'industria è cresciuto in media in Italia del 3,1% annuo (...). Nel 2004 è entrata in vigore la nuova imposta sui redditi societari (Ires) che sostituendo l'Irpeg ha modificato la base imponibile e ha portato l'aliquota legale al 33%».
Ma, soprattutto, «l'investimento in conoscenza è tra i più bassi dei Paesi Ocse e non ha registrato alcun miglioramento dal 1992 (...). Secondo l'indagine della Banca mondiale, Doing business, in Italia per aprire un'attività economica è necessario portare a termine 9 procedimenti amministrativi per un costo di 3.800 dollari e 13 giorni lavorativi. I tempi e i costi per aprire un'attività d'impresa sono più bassi in Canada e negli Usa e all'interno della Ue».
Qualche altro dettaglio? Il calo di competitività è dovuto, alla radice, prendete appunti, a queste cause: le svalutazioni competitive, il troppo assistenzialismo, ai politici di professione, alla ricerca del consenso del Dio voto. Gli affiliati alle mafie sono 1,8 milioni di persone, di gran lunga la maggior impresa del Paese (fonte Dia e relazione Antimafia 2003).
«L'attuazione dell'articolo 119 della Costituzione col suo principio di compartecipazione al gettito di tributi erariali - ricorda Pagliarini - e con i suoi due fondi, quello perequativo e quello per lo sviluppo economico, nei quali dovrà essere incluso anche lo squilibrio previdenziale, non deve aver l'obiettivo di ridistribuire la ricchezza tra le varie regioni, ma deve avere le caratteristiche di una riforma che genera più efficienza e responsabilità nel paese». Anche il programma dell'Unione riconosce che è necessario creare un efficace sistema informativo di finanza pubblica. Esempio: l'indice del costo della vita per Provincia. «Secondo la Lega è fondamentale la pubblicazione del conto economico consolidato di tutte le amministrazioni pubbliche allocando tutte le entrate e tutte le spese (eslcusi gli interessi sul debito pubblico) ad ogni singola Regione. Alcune entrate e uscite saranno allocate alle singole Regioni in modo dettagliato. Per le altre voci di spesa potrà essere ripartita sulla base del numero di abitanti o altri parametri».
La responsabilità, altro punto dolente... Il troppo assistenzialismo drena risorse agli investimenti in tecnologie, ricerca e sviluppo. Morale: in Cina e in India vive il 37% dell'umanità con meno dell'8% del Pil ma hanno le nostre stesse conoscenze. Anzi: in India ci sono 380 università e 360.000 ingegneri l'anno. E da noi?
Altro aspetto della responsabilità fiscale: entro 5 anni ogni Regione dovrebbe essere in grado di coprire almeno l'80% della spesa previdenziale. Oggi, si è detto durante il convegno - la differenza tra contributi sociali versati e pensioni incassate nelle tre regioni più assistite è di 15,7 miliardi di euro l'anno. «Con questa cifra - ha ricordato Pagliarini - si fanno 11 autostrade Bre-Be-Mi». L'anno.
Il sogno? Leggete qui: «Sono costituite le Tesorerie regionali sui cui sono accreditate le imposte pagate in ogni Regione». Sono gli articoli dal 202 al 225 della nuova Costituzione della Catalogna, in discussione al Parlamento di Madrid. La sinistra di Zapatero la sostiene, la destra vota contro!
Secondo il nostro articolo 119, le Regioni, questa è la sostanza, trattengono tutte le imposte raccolte sul territorio e trasferiscono quanto destinato allo Stato.
da "il Federalismo"
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